Ma che cos’è il Recovery fund? In che modo le aziende possono beneficiare dei fondi messi a disposizione dall’Europa per ripartire?

Di Recovery fund e di come utilizzare al meglio le risorse messe a disposizione alle imprese dall’Europa se ne è parlato durante il webinar organizzato dal Polo della Cosmesi in collaborazione con Roedl & Partner dal titolo “Recovery Fund, verso investimenti digital e green”. Il Next Generation EU (NGEU) è un «Piano per la ripresa dell’Europa», un fondo da 750 miliardi di Euro approvato nel luglio 2020 dal Consiglio europeo per sostenere gli Stati membri colpiti dalla pandemia di COVID-19. Il fondo NGEU copre gli anni 2021-2023 e sarà vincolato al bilancio 2021-2027 dell’UE. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) prevede investimenti per un totale di 222,1 miliardi di Euro e si inserisce all’interno del programma Next Generation EU (NGEU) ed è stato approvato dal Governo italiano in data 30 aprile 2021.

LE SEI MISSIONI

Le missioni del PNRR sono sei. La prima missione è quella della digitalizzazione, dell’innovazione, della competitività e cultura a cui sono destinati 50,7 miliardi di euro.

Il 27% del PNRR è dedicato alla digitalizzazione – ha spiegato l’avvocato Flavia Terenzi Senior Associate
Avvocato, Dipartimento Data Protection, Cybersecurity e IP – . All’interno del PNRR la strategia per la digitalizzazione dell’Italia si sviluppa lungo tre componenti. La prima componente riguarda le infrastrutture digitali e la connettività a banda ultra larga, il turismo e la cultura 4.0, il settore produttivo in generale. La seconda e la terza componente riguardano tutti quegli interventi volti a trasformare la Pubblica Amministrazione (PA) in chiave digitale, innovando anche la PA”.

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Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) prevede investimenti per un totale di 222,1 miliardi di Euro e il 27% di questi è destinato alla digitalizzazione
LA TRANSIZIONE VERSO L’INNOVAZIONE SPINTA

Molto interesse ha suscitato l’ultima componente che riguarda da vicino la Transizione 4.0 del sistema produttivo. “L’importante piano di investimenti e riforme previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza vuole mettere l’Italia nel gruppo di testa in Europa entro il 2026, attraverso cinque ambiziosi obiettivi – ha sottolineato Terenzi – Il primo è diffondere l’identità digitale, attraverso la trasformazione dell’architettura digitale della Pubblica Amministrazione (PA), dall’infrastruttura cloud all’interoperabilità dei dati, per assicurare che venga utilizzata entro il 2026 dal 70% della popolazione; secondo: colmare il gap di competenze digitali, con almeno il 70% della popolazione che sia digitalmente abile, attraverso la trasformazione digitale di infrastrutture e servizi e interventi di supporto verso l’alfabetizzazione digitale dei cittadini; altro punto è portare entro il 2026 circa il 75% delle PA italiane a utilizzare servizi in cloud attraverso un approccio «cloud first», orientato alla migrazione dei dati e degli applicativi informatici delle singole amministrazioni verso un ambiente cloud; raggiungere entro il 2026 almeno l’80% dei servizi pubblici essenziali erogati online. Il gap digitale della PA italiana comporta una ridotta produttività e uno spreco di risorse. Cittadini e imprese ad oggi sono costretti ad accedere alle diverse amministrazioni come silos verticali, non interconnessi tra loro; infine raggiungere entro il 2026 il 100% delle famiglie e delle imprese italiane con reti a banda ultra-larga con anticipo rispetto alla strategia europea Digital Compass che stabilisce di garantire 1 Gbps per tutti e la copertura 5G delle aree popolate nel 2030”.

LA SFIDA DELLA CYBERSECURITY

La digitalizzazione aumenta però il livello di vulnerabilità della società da minacce cyber quali frodi, ricatti informatici o attacchi terroristici. Ecco che quindi sono state studiate contromisure: “Italia digitale 2026 contiene misure di rafforzamento delle difese cyber e la piena attuazione della disciplina in materia di “Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica” – ha spiegato il legale – . Le aree di intervento principali sono quattro: rafforzamento dei presidi di front-line per la gestione degli alert e degli eventi a rischio intercettati verso la PA e le imprese di interesse nazionale; costruzione o consolidamento delle capacità tecniche di valutazione e audit continuo della sicurezza di apparati elettronici e applicazioni utilizzati per l’erogazione di servizi critici da parte di soggetti che esercitano una funzione essenziale; investimento nell’immissione di nuovo personale sia nelle aree di pubblica sicurezza e polizia giudiziaria, dedicate alla prevenzione e investigazione del crimine informatico diretto contro singoli cittadini, sia in quelle dei comparti preposti a difendere il Paese da minacce cibernetiche; irrobustimento degli asset e delle unità incaricate della protezione della sicurezza nazionale e della risposta alle minacce cyber”.

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Per la rivoluzione verde e la transazione ecologica ci sono a disposizione quasi 60 miliardi
LA RIVOLUZIONE GREEN

La seconda missione del Piano riguarda la rivoluzione verde e la transazione ecologica. “Ci sono 59,33 miliari di euro a disposizione per il raggiungimento di quattro obiettivi – ha spiegato l’avvocato Gennaro Sposato Partner Roedl –. Economia circolare e agricoltura sostenibile; energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile; efficienza energetica e riqualificazione degli edifici; tutela del territorio e della risorsa idrica”.

Le aree di interesse per le aziende sono state affrontate ad una ad una, come ad esempio il sostegno alle comunità energetiche e alle strutture collettive di autoproduzione “che consentirà di estendere la sperimentazione già avviata con l’anticipato recepimento della Direttiva RED II ad una dimensione più significativa e di focalizzarsi sulle aree in cui si prevede il maggior impatto socio-territoriale – ha spiegato Sposato, aggiungendo – In particolare, gli autoconsumatori (SEU oppure ASAP) possono costituirsi in un sistema di autoconsumo collettivo, trovandosi ad esempio, all‘interno di unità abitative plurifamiliari oppure in condomini oppure i partecipanti possono essere altri soggetti giuridici che non hanno nel loro oggetto sociale la produzione o il consumo di energia elettrica. Questo modello è quindi applicabile anche ad aeroporti, centri commerciali e situazioni analoghe. Nelle Comunità Emergenti invece consumatori di energia possono costituire una comunità energetica quale soggetto giuridico autonomo che dispone di un impianto ER (non necessariamente proprietà). In questo caso i partecipanti sono persone fisiche, PMI, Comuni. Questa configurazione può quindi essere utilizzata da imprese all‘interno di una medesima area industriale, comunità o in un medesimo Comune”.