
Quantis, società di consulenza ambientale, ha presentato la seconda edizione di Make up the Future, report che analizza l’evoluzione del settore beauty.
Dal 2020 anno della prima release, Quantis fotografa i passi fatti nella direzione della sostenibilità, ma anche gli aspetti sui quali occorre ancora lavorare. Se non mancano case history di successo, aziende virtuose che hanno intrapreso con successo il cammino verso un agire più etico, quel che è certo è che, in questi 6 anni, il mercato del Beauty ha attraversato diversi cambiamenti navigando la crescita, operazioni di fusione e acquisizione rimodellavano lo scenario competitivo e l’attenzione alla sostenibilità si faceva così crescente e puntuale da plasmare la governance, le decisioni di investimento, la progettazione dei prodotti e le strategie di go-to-market.
SEI ANNI DOPO IL PRIMO REPORT, QUANTIS FOTOGRAFA LO STATO DELL’ARTE DEL BEAUTY
Il report di Quantis, strutturato attorno a tre piani di azione interconnessi: a livello di Industry, aziendale e di prodotto, mostra come l’industria cosmetica globale abbia raggiunto un punto di svolta e sia entrata in una nuova fase di trasformazione, in cui la sostenibilità non può più essere considerata come un’iniziativa isolata, ma un fattore determinante di resilienza, competitività e crescita.
Quel che ne consegue è che, a livello di settore, la trasformazione su larga scala può avvenire solo lungo l’intera value chain attraverso dati condivisi e metodologie armonizzate e una collaborazione pre-competitiva e infrastrutture comuni che consentano trasparenza e scalabilità.
Anche a livello corporate, occorre agire su più fronti: il ROI finanziario della sostenibilità dev’essere reso chiaro e la resilienza aziendale va strutturata attraverso un approccio olistico alla sostenibilità (clima + Natura + responsabilità sociale). Quest’ultima, oltre ad essere integrata in ogni funzione aziendale, facendo leva su fattori abilitanti quali incentivi finanziari, accesso ai dati, digitalizzazione e intelligenza artificiale, dev’essere approcciata oltre i confini aziendali, attraverso scelte di approvvigionamento e partnership a valle.
Infine, anche a livello di prodotto, occorre agire su più fronti: lavorando a monte su ingredienti e formule a basso impatto; attivando l’eco-design thinking e guidando la trasformazione del portfolio prodotti con approccio data-driven; rendendo il packaging future-proof, oltre la conformità, attraverso un approccio circolare; innovando e ripensando l’esperienza d’acquisto in collaborazione con i rivenditori.
Interessante anche la riflessione sul ruolo svolto dall’Intelligenza Artificiale come driver di sostenibilità. Come spiega Marco Occhipinti, Cosmetics, Personal Care & Pharma Lead, Quantis Italia, in questa intervista, utilizzata dove crea reale valore e con attenzione alla footprint ambientale, l’AI rafforza il processo decisionale senza sostituirlo.

Com’è nato il report?
Il report nasce come necessaria evoluzione della prima edizione del 2020, quando Quantis ha invitato l’industria Beauty a costruire il proprio futuro di sostenibilità. Mentre sei anni fa il report partiva dalla misurazione degli impatti soprattutto in ottica climatica, tappa indispensabile da attivare per intraprendere un percorso di sostenibilità credibile e misurabile, questa seconda edizione racconta un settore già profondamente trasformato. In questi anni l’industria cosmetica ha compiuto progressi significativi: ha migliorato la qualità e la disponibilità dei dati, ha rafforzato le collaborazioni precompetitive e adottato uno sguardo olistico alla sostenibilità, integrando già il tema Natura, quindi acqua e biodiversità.
Uno dei messaggi centrali del report è proprio questo: il settore beauty globale ha raggiunto un punto di svolta. È entrato in una nuova fase di trasformazione, in cui la sostenibilità non può più essere considerata un progetto parallelo o un’iniziativa isolata, ma diventa un fattore determinante di resilienza, competitività e crescita.
Questa nuova edizione di Make Up the Future fotografa proprio questo “momentum” che a nostro parere vede il settore della bellezza capace di muoversi nella direzione della sostenibilità nei tre diversi livelli, di sistema, aziendale e di prodotto, vivendola sempre più come scelta strategica capace di generare valore nel lungo periodo.

In Italia a che punto siamo? E’ vero che tra le aziende virtuose citate nel report c’è anche un’interessante case history italiana?
Mi fa piacere complementare i dati del Report con quelli di un’analisi BCG del 2025 che evidenziava come il 44% dei consumatori di prodotti di cura della persona considerano regolarmente la sostenibilità nelle loro scelte di acquisto, e quasi il 20% è disposto a pagare un premium su prodotti più sostenibili.
E’ importante segnalare come, tra le 15 testimonianze di aziende leader protagoniste del settore su scala globale menzionate nel Report, una sia italiana. Un’azienda che viene considerata un caso scuola. Si tratta di un “love brand” che capitalizza il suo posizionamento premium nei saloni e con i retailer per costruire un discorso di sostenibilità nella relazione diretta con il cliente. Dimostrando come con inventiva, agilità e capacità di innovazione, e nonostante la minor capacità d’investimento, si può giocare alla pari con grandi gruppo multinazionali, diventando punto di riferimento in materia di sostenibilità, adottando soluzioni circolari e di refill, riducendo gli impatti di formulazioni e packaging, integrando soluzioni all’avanguardia come l’agricoltura rigenerativa.

In che modo l’AI può essere d’ausilio per promuovere la sostenibilità?
L’intelligenza artificiale sta diventando uno dei principali acceleratori della transizione sostenibile nel settore. In fase di ricerca e sviluppo, grazie all’analisi di enormi quantità di dati per identificare ingredienti bio-based, alternative a minore impatto ambientale e formulazioni più efficienti. In fase operativa e di misurazione degli impatti “at scale”, quindi per numerosi prodotti e lungo l’intero ciclo di vita e la catena del valore, consentendo alle aziende di prendere decisioni basate su dati scientifici, dopo avere individuato gli hotspot lungo la filiera. Non limitandosi a misurare, l’AI consente di simulare scenari e valutare in anticipo l’impatto di una scelta di packaging, di una materia prima o di un fornitore. Dal punto di vista del consumatore, dal report emerge che il 54% degli adulti in Italia sarebbe interessato a usare uno strumento AI per trovare nuovi prodotti naturali o biologico. Un dato che indica un’apertura all’innovazione digitale come leva per orientare scelte più sostenibili.
Il report sottolinea però anche un altro punto essenziale: l’AI ha un’impronta energetica crescente. Il suo contributo positivo dipende dalla Governance e dall’intenzionalità della sua applicazione. Se utilizzata in modo mirato, alimentata con fonti energetiche a basse emissioni, può generare benefici ambientali netti. Se adottata senza criterio, rischia di aumentare l’impatto complessivo del sistema.

Quanto è importante la collaborazione fra i vari attori della filiera?
La collaborazione lungo tutta la catena del valore è una condizione strutturale per le aziende che vogliono raggiungere risultati concreti.
In primis, perché la maggior parte dell’impatto ambientale del settore beauty si concentra infatti nello Scope 3, cioè a monte e a valle dei Brand che tutti conosciamo rappresentando ben il 95% delle emissioni. Materie prime, packaging, trasporto, utilizzo del prodotto e fine vita incidono molto più delle emissioni dirette.
Per questo motivo, tanto più in un settore che si sta rivelando sempre più maturo in materia di sostenibilità quale il Beauty, sta emergendo un nuovo modello di relazione con i fornitori. Un approccio che va oltre questionari, audit e controllo nella direzione di co-investimenti, formazione e innovazione congiunta. Agricoltura rigenerativa, ingredienti alternativi, sia a livello di ingredienti che a livello di packaging, tracciabilità condivisa sono esempi concreti di questa evoluzione.
A valle, il ruolo di retailer e professionisti diventa decisivo. Fino al 70% delle emissioni di alcune categorie di prodotto può avvenire nella fase d’uso, anche a motivo dell’utilizzo dell’acqua calda per sciacquare o risciacquare i prodotti. Per ridurre l’impatto servono prodotti progettati tenendo conto l’intero ciclo di vita, anche in relazione alla regione geografica di utilizzo, ma anche nuovi comportamenti di consumo. Qui la collaborazione con retailer, saloni e utenti finali è strategica, e può fare la differenza.

























